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Whiplash

Dic 26, 2019 No Comment
Whiplash, 2014

Whiplash è un film americano del 2014 scritto e diretto da Damien Chazelle e uscito nelle sale italiane nel 2015.

Andrew – Miles Teller – suona in un prestigioso conservatorio perché desidera diventare un musicista professionista e predilige il genere Jazz. Il miglior insegnante della scuola è Mr. Fletcher – J.K. Simmons – e i suoi metodi d’insegnamento sono poco ortodossi.

Alla fine dell’opera, l’eroe Andrew – mortificato e annullato dal supremo carattere dominante del proprio maestro – riesce nella grande impresa: andare oltre i propri limiti e a dare vita ad un ‘piccolo’ miracolo musicale.

Questo film sottintende un atteggiamento diffuso nella cultura americana e occidentale moderna: il fine giustifica i mezzi utilizzati.

La seguente è quindi una domanda lecita: c’è un limite che un insegnante non dovrebbe superare? Oppure: è davvero questo l’unico metodo valido per insegnare o quello che realmente conduce alla perfezione e alla grandezza?

A me sembra che il professor Fletcher sia un lunatico in cerca di lunatici che possano soddisfare la sua idea soggettiva di perfezione. Andrew è un giovane determinato che non vuole semplicemente suonare, vuole essere il migliore, essere il prossimo Charlie Parker, e per fare questo è disposto a sacrificare tutto. Andrew sta a Whiplash come Emile Hirsch sta a Into the Wild. Con Andrew, l’impietoso Fletcher, riesce dopo tanti tentati e insuccessi a trovare il suo adepto perfetto, l’agnello sacrificale.

Nel mondo spirituale raramente ho incontrato persone bilanciate. Se lo fossero, non sarebbero alla ricerca di qualcosa di così astratto come lo spirito. Spesso è proprio questo essere sbilanciati, ossessionati, feriti, umiliati, che spinge le persone a darsi completamente a qualcuno o ad un progetto, conferendo, in alcuni casi, totale potere alla persona o al gruppo in carica.

Senza totale fiducia, senza la capacità di lasciarsi guidare, è praticamente impossibile compiere il salto nel vuoto, oltre il conosciuto. Al tempo stesso, il processo appena descritto, rappresenta uno dei momenti più delicati ed importanti nella vita di un ricercatore. Conosco molto bene questo processo perché l’ho vissuto sulla mia pelle e comprendo quindi a livello pratico le problematiche annesse e connesse.

C’è una frase molto significativa del professor Fletcher: “Non ci sono due parole peggiori nel nostro vocabolario di buon lavoro”. Da questo punto di vista quindi, sembra non esserci nulla di peggio nella propria vita che essere soddisfatti e accontentarsi di ciò che si è stati capaci di raggiungere se questo non è il massimo possibile raggiungibile. Ma che cos’è il massimo raggiungibile? In accordo a chi o cosa? Non è semplice come sembra ad un primo sguardo.

C’è un altra frase che mi ha molto colpito nella mia vita e arriva dal maestro indiano Meher Baba che in una sua conferenza una volta ha detto “Non c’è nessuno che possa accelerare l’evoluzione interiore di una persona esattamente come nessuno la potrà arrestare”.

Questi due punti di vista mi sembrano abbastanza distanti ed è forse tra questi due ‘poli’ che sento di trovarmi allineato come insegnante/guida/punto-di-riferimento: spingere le persone oltre i loro limiti senza la dovuta preparazione è ingenuo. Credo anche che tenere le persone tranquille per mano e farle sentire amate, coccolate, rispettate… sia un amorevole atto paterno o materno, ma non necessariamente l’atto più consapevole e corretto da un punto di vista evolutivo. Rodney Collin nel suo meraviglioso libro “La Teoria della Vita Eterna” ci ammonisce:

“La sofferenza, proprio come il calore, non è solamente un agente di divisione ma anche di fissazione. Essa rende possibile l’allentamento e la separazione delle diverse parti dell’uomo ma al contempo tende a fondere il suo Sé – o individualità – in modo indissolubile con quella parte attorno alla quale ha gravitato durante l’atto di sopportazione del dolore”.

Ci sono momenti in cui una persona ha davvero bisogno di una mano, di un sorriso, di una pacca sulle spalle e sentirsi dire: “Va bene così, hai davvero fatto un buon lavoro…” anche se questa non è necessariamente l’assoluta verità personale. Ci sono delle volte in cui una persona ha il bisogno e il diritto di sentirsi dire la verità e solamente la verità, qualsiasi essa sia, quanto meno se è davvero interessata ad un percorso evolutivo.

Gurdjieff era forse un maestro più simile o vicino al modo d’insegnare del Signor Fletcher ed è per questo che la Quarta Via si è creata nel tempo la nomea di una Via dura, come se le altre Vie fossero tenere!

L’evoluzione consapevole è brutale perché stappa via, velocemente o lentamente, tutti i veli della soggettività, uno ad uno. Ma non può essere la durezza la soluzione al problema della soggettività. L’ignoranza genera inutile accanimento e violenza in coloro che hanno imparato per imitazione ma senza comprendere. La Quarta Via è una Via sincera, diretta, senza troppi fronzoli ma questo non vuole dire che non possa anche essere collegata alla Via del Cuore, dell’Amore, della pazienza, dell’accoglienza, della compassione.

Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dalle sfere
degli angeli? E se pure d’un tratto
uno mi stringesse al suo cuore; io languirei della sua
più forte presenza.
Poiché il bello non è nulla,
null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora,
e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto,
di distruggerci. Ogni angelo è tremendo.

Rainer Maria Rilke, Prima Elegìa


Per maggiori info sul film clicca qui

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