Trasformazione della Sofferenza
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Trasformazione della Sofferenza

Giu 02, 2018 No Comment

Dal libro ‘Frammenti di un insegnamento sconosciuto’ di P.D. Ouspensky, parla G.I. Gurdjieff:

“La cosa che si deve sacrificare è la propria sofferenza, e non vi è nulla di più difficile. Un uomo rinuncerà a qualsiasi piacere piuttosto che alla propria sofferenza. L’uomo è fatto in modo tale che vi è attaccato più che a qualsiasi altra cosa. Eppure, è indispensabile essere liberi dalla sofferenza. Chi non ne sia libero, chi non abbia sacrificato la sua sofferenza, non può lavorare”.

L’ovvio sfugge, proprio perché è ovvio. Per riconoscere l’ovvio è necessario uno stato interiore molto specifico: saper guardare al momento presente in profondità, ma con leggerezza. Detta più semplicemente: osservare senza pregiudizio, dovrebbe essere l’arte del guerriero spirituale. Le fluttuazioni della consapevolezza ci costringono a perdere contatto con l’ovvio, quindi non si può arrivare ad un punto in cui si sente di averlo compreso e visto una volta per tutte. Ogni momento ha il suo ovvio e necessita di uno sforzo specifico.

Aristotele ci dice che l’uomo soffre e che questa sofferenza è data dalla natura stessa della ‘percezione’. Non è una sofferenza morale, ma una sofferenza ‘metafisica’ connessa alle impressioni. Ogni istante siamo letteralmente bombardati da impressioni differenti in tutti e quattro i centri, o cervelli, del corpo umano. queste impressioni nel cercare di penetrare nella coscienza incontrano una resistenza. Il prodotto di quella resistenza è la sofferenza. Un ‘tipo’ di resistenza, ad esempio, è la personalità che fa da scudo all’essenza. Ad un certo punto, a seconda del grado di consapevolezza di ogni singolo individuo, le impressioni si arrestano, le ottave muoiono ma altre impressioni cercano di ‘penetrare’ nell’uomo, onda dopo onda, incessantemente, DO dopo DO. Questa pressione che l’uomo subisce – probabilmente senza sosta dal momento del concepimento – è quello che chiamerei ‘sofferenza’ dal punto di vista della percezione. Questo processo appare inevitabile in quanto possiamo vivere per un po’ senza cibo, senza acqua, per breve tempo senza aria, ma neanche un istante senza impressioni.

Gurdjieff ci dice che la cosa alla quale l’uomo è più attaccato è la propria sofferenza. Detta così, sembrerebbe un’affermazione assurda. Basta guardarsi intorno e rovistare nella vita intima delle persone che ci sono accanto per rendersi conto che ognuno di noi soffre e che questa sofferenza nella maggior parte dei casi ci fa sentire vivi, ci nutre e dà identità.

Un torto, una violenza, un sopruso, una cattiveria subita, ce le ricorderemo per sempre, ma avremo la memoria corta quando sarà tempo di richiamare tutto il bene che abbiamo ricevuto, diretto ed indiretto. Data la carica negativa del sé inferiore, cento belle impressioni potrebbero non essere sufficienti a bilanciarne una negativa. Per fare ciò bisogna Lavorare, bisogna a tutti gli effetti, trasformare la ‘sofferenza’, ma solo quella utile, permettendo così alle impressioni di penetrare in profondità dandoci la possibilità di Vedere di più e comprendere maggiormente.

Cosa vuol dire dunque che l’uomo deve sacrificare la propria sofferenza? Che tipo di sofferenza e qual è lo scopo di questo sacrificio? Quale parte in noi può usare e trasformare la sofferenza?

“Nulla può svilupparsi restando al medesimo livello. La salita o la discesa sono la condizione cosmica inevitabile di ogni azione. Noi non comprendiamo e non vediamo ciò che avviene intorno a noi e dentro d i noi, sia perché non teniamo mai conto della inevitabilità della discesa quando non c’è salita, sia perché prendiamo la discesa per una salita”.
G.I. Gurdjieff
Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto

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