Recensione Film

Capharnaüm 

Set 23, 2019 No Comment
Capharnaüm – 2018

Capharnaüm , che significa caos, è un film che è stato diretto dal regista libanese Nadine Labaki nel 2018 in India. Non è un film sulla quinta dimensione come ‘Interstellar’, né un film di vite parallele come ‘Mr. Nobody’ o il viaggio iniziatico proposto da Jan Kounen in ‘Blueberry’ e di fatto non lo considererei un film di natura esoterica. Eppure, è una pellicola talmente vera, cruda, diretta, semplice, senza orpelli musicali o intellettuali, da spingerti oltre le ossa.

Don Juan ripeteva a Carlos Castaneda che un ‘vero’ sciamano non rinnega la mente ma ne è padrone, ed è proprio perché è centrato completamente nel Tonal che può trascendere l’elemento razionale della realtà.

Questo film è talmente terreno che ti spinge nello spirito: cosa rimane da fare al piccolo Zain se non credere in Dio? In questo film il regista nega al piccolo dodicenne perfino l’esperienza o l’aspettativa ultra-terrena. Quando la mamma gli dice che Dio sa ‘compensare’ le disgrazie – la morte di una figlia – con dei doni – un nuovo figlio in arrivo – il piccolo Zain le chiede: “Sei sicura che è proprio questo che Dio sta facendo? Tu sei senza cuore…”

Zain in una scena del film Capharnaüm 

Zain non ha nulla e questo nulla è talmente tanto che ci si dimentica perfino di piangere. Si rimane incollati per due ore e trenta minuti a contemplare la miseria da cui non c’è scampo. Ritornano alle mente le parole della Bibbia (Genesi 3:19): «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».

Ho davvero apprezzato il fatto che il regista e scrittore Nadine Labaki non strizzi mai l’occhio al ceto medio indiano con qualche balletto improvviso – tipico delle pellicole Bollywoodiane – che annienterebbe la purezza della pellicola. Nonostante le immagini siano crude, non c’è crudeltà nel film. Ognuno è prigioniero del proprio dramma e l’unica cosa che il piccolo Zain può fare per iniziare a rompere la ruota del Karma, è citare in giudizio i propri genitori affinché la smettano di ‘creare’ nuova miseria. I dialoghi sono ridotti al minimo, ma pungenti. Nel suo viaggio polveroso Zain incontra una piccola amica siriana che vive in strada come lui e gli confida che vorrebbe scappare dall’India per andare in Norvegia. Quando Zaid gli chiede perché proprio in Norvegia la bambina gli risponde che lì i bambini muoiono di morte naturale. Il film ci lascia con un senso di speranza. Non è solamente un passaporto che viene rilasciato a Zain, ma un nuovo inizio…

Questa pellicola è un capolavoro assoluto di neorealismo indiano che apre le porte ad un cinema più maturo e meno edulcorato, esattamente come hanno fatto i vari Rossellini, Visconti, Vittorio De Sica, De Santis e Germi – per citarne alcuni – tanto tempo fa in Italia. Anche noi avremmo bisogno di un nostro Capharnaüm che sappia raccontare la realtà fisica di molti italiani che vivono ai margini della società e che nessuno vuole vedere.

Non è possibile ignorare la recitazione del piccolo protagonista Zain Al Rafeea, un rifugiato siriano scovato per caso dal regista, e che oggi vive in Norvegia. Il regista libanese Nadine Labaki gli ha cucito il film attorno costruendo una trama che ha richiesto poca immaginazione e tanta sincerità. La bravura di Mr. Labaki è stata quella di intervenire il meno possibile dandoci l’impressione che si stia semplicemente limitando a filmare ciò che Zain incontra lungo la sua strada…

Il regista Nadine Labaki è stato premiato come ‘Best Foreign Feature Film’ all’Årets utenlandske spillefilm in Norvegia.

Buona visione,
Fabrizio Agozzino

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